Saliamo in macchina con Kundera e andiamo in un castello in Francia a spasso nel tempo!

Aggiornamento: ago 19


200 anni separano due storie che si intersecano fra loro. Vite vissute in lentezza e velocità.


La lentezza intesa da Kundera, è ciò che si contrappone alla velocità e che maggiormente ci fa assaporare la vita.

E’ un libro particolare, con uno stile narrativo diverso da quello a cui Kundera ci aveva abituato, poco romanzato e molto concettuale.

Proprio per questo motivo, sconsiglio di leggerlo come primo approccio a coloro che non siano già dei folli seguaci dell’autore come la sottoscritta.

Milan Kundera è noto per il suo libro più famoso: L’insostenibile leggerezza dell’essere ma a mio parere tutti i suoi libri sono delle grandi opere.

Quello che io maggiormente prediligo, è in assoluto L’arte del romanzo, poiché ripercorre e collega in un solo saggio, l’arte dei più grandi narratori di sempre come Kafka, Tolstoj, Cervantes e Flaubert.

Egli nasce a Praga nell’anno in cui ci fu il crollo della Borsa di Wall Street: il 1929, (povero Kundera questo già gli suona alquanto nefasto) e si avvicina al partito comunista fin da ragazzo.

Sarà costretto a lasciare il suo Paese proprio per queste sue ideologie, soprattutto dopo gli ultimi eventi che lo videro coinvolto nella Primavera di Praga, della quale fu grande sostenitore.

Perde così la cittadinanza ceca e arriva in Francia, che sceglie come patria d’elezione.

I suoi scritti iniziano ad essere venduti in tutta l’Europa e diventa uno scrittore molto apprezzato, ma si sente quasi costretto a scrivere in lingua francese per far leggere i suoi testi prioritariamente nel suo nuovo Paese.

Cambia così leggermente' il suo stile, che diventa un po' meno elaborato, in quanto probabilmente deve privarsi del suo lauto vocabolario acquisito nella lingua madre.

La lentezza è il primo libro che Kundera scrive in lingua francese.





Il tema è filosofico e si delinea attorno al concetto della modernità, che ci inserisce involontariamente in un contesto molto veloce, facendoci consumare i giorni senza nemmeno accorgercene.

Spesso si hanno le agende piene di impegni ma i focolai spenti, i minuti contati e le giornate senza età per poter ottemperare a tutte le incombenze.


Ma cosa ci stiamo perdendo nel frattempo?


Le nostre percezioni riescono a comprendere appieno il contesto che stiamo vivendo se siamo risucchiati dal vortice della velocità?

L’autore ci dà la risposta senza l’aiuto da casa, e ci invita a rallentare, poiché la velocità con cui portiamo avanti la nostra esistenza non ci permette di godere appieno la bellezza che ci circonda, in quanto viene consumata troppo rapidamente.

Kundera immagina, mentre guida con la moglie al suo fianco, un altro viaggio accaduto 200 anni prima, ugualmente diretto in un castello in Francia. Egli interpreta magistralmente il cavaliere protagonista del racconto antico, cullandosi sulla lentezza del ritmo con cui procede la sua storia.


Riscoprire la lentezza per assaporare l’esistenza


Come già sosteneva il filosofo francese Henri Bergson, l’uomo dovrebbe riscoprire il valore della durata e staccarsi dalle catene di un tempo visto solo come un susseguirsi repentino di attimi;

un tempo che, dilatato dall’anima, si separa dal divenire per partecipare alla manifestazione dell’eternità.

Kundera, come Eraclito tanti secoli fa, ci invita a riscoprire il nostro essere tartaruga che con la sua lentezza, non teme di essere superato dal pelide Achille ingabbiato nell’infinito moltiplicarsi di istanti.

La velocità è inebriante, adrenalinica, sconvolge con le sue impetuose emozioni, ma se non è radicata sulla reale forza della lentezza esistenziale, diventa esclusivamente il respiro affannato della disperazione.


“Sono al volante e osservo, nello specchietto retrovisore, una macchina dietro di me.

La freccia di sinistra lampeggia e tutta la macchina emette onde di impazienza.

Il guidatore aspetta il momento giusto per superarmi; spia questo momento come un rapace che fa la posta a un passero. Mia moglie Vera mi dice:

“Come è possibile che quando guidano non abbiano paura?”

Cosa rispondere? Questo, forse: che l’uomo curvo su una motocicletta è tutto concentrato sull’attimo presente del suo volo; egli si aggrappa a un frammento di tempo scisso dal passato come dal futuro;

è fuori tempo; (…) la velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha regalato all’uomo. (…) Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo, gli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all’altro e dormono sotto le stelle? (…)


Guardo dallo specchietto retrovisore, sempre la stessa macchina che non riesce a superare a causa del traffico inverso.

Accanto al guidatore è seduta una donna; perché l’uomo non le racconta qualcosa di divertente? Perché non le appoggia la mano sul ginocchio?

L’uomo invece maledice l’automobilista avanti a lui perché va troppo piano, e la donna neppure pensa a toccarlo, mentalmente sta guidando anche lei”.





Nella seconda storia invece Kundera sta elaborando la stesura di un nuovo romanzo, forse proprio La lentezza.

Ci troviamo ad un convegno di entomologi e qui si succedono fra i personaggi presenti, molti accadimenti superficiali. Gli eventi si susseguono ponendo in primo piano la voglia di primeggiare fra loro dei protagonisti, subordinando invece il senso degli eventi.

Si susseguono incontri che non hanno rilevanza e che vengono consumati con indifferenza, talmente accadono velocemente ed in modo irrispettoso ed indifferente.

Rapporti erotici ambigui e violenti, interazioni che sfociano spesso nel volgare, apparizioni che non fanno neppure in tempo ad avere un significato logico che già scompaiono dalla realtà del romanzo. Tutto a sottolineare quanto tutto avvenga senza concretezza in quanto corroso dalla disperata celerità.

La storia è suffragata anche da sentimenti di vanagloria ed effimere illusioni che proprio come nella realtà, ci danno solo la sensazione di essere gratificati, ma dopo poco scompaiono insieme al contesto dal quale ci siamo sentiti per un attimo gratificati.

Avete presente le feste natalizie, dove tutti ci cercano e ci sembra di essere importanti?

Quelle carezze effimere, che però fuori dall’ automatismo annuale, tornano a sparire nel nulla e a finire nel dimenticatoio, insieme alla nostra esistenza? Situazioni che fanno bene un istante, e lasciano il vuoto per tutto il resto del tempo.


La lentezza è un libro assolutamente da leggere e da tenere in libreria, ma anche da rileggere ogni qualvolta la frenesia della vita ci annebbia il significato di ciò che stiamo vivendo, ma soprattutto di ciò che invece ci stiamo perdendo.

La lentezza, è il regno di coloro che non si preoccupano del tempo, in contrapposizione a quelli che guardano sempre il ticchettare dell’orologio e vivono eternamente nell’intervallo del “non faccio in tempo, devo sbrigarmi” … e accelerano la loro vita fino a diventare quasi incorporei.

Sono un susseguirsi di ombre in movimento.

Quando invece non è forse vero che quasi tutto ciò che ci arreca maggior piacere vogliamo che scorra con maggiore lentezza?

Chi vorrebbe fare l’amore in pochissimi minuti solo per raggiungere l’apice finale?

Bergson conferma la teoria del tempo che scorre inesorabilmente in avanti, dando spazio solo al valore del tempo che è fermo nella nostra mente, che lo assapora solo quando è in grado di ricordare, tornare indietro, riassaporare, accumulare.

Proprio come fa Kundera, mentre guida verso un castello francese, con sua moglie accanto...


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